Con questo nome solitamente si intende il percorso che si snoda a cavallo delle valli di Susa e del Chisone, dal colle delle Finestre fino alla discesa a Sestriere, rimanendo sempre in cresta oltre i 2.000 m, toccando una serie di passi di cui l’Assietta è il più noto.
La successione dei colli è la seguente:
Colle delle Finestre (m. 2215)-Colle dell’Assietta (m. 2472)-Colle del Lauson (m. 2497)- Colle Blegier (m. 2381)-Colle di Costa Piana (m. 2313)-Colle Bourget (m. 2299)-)-Colle Basset (m. 2424).
Il Colle dell’Assietta sarebbe raggiungibile dal Colle delle Finestre per 2 percorsi distinti; il primo è l’alta via che parte direttamente dal forte, aggira Cima Ciantiplagna, attraversa il Colle delle Vallette e la zona del Gran Serin, per poi scendere all’Assietta. Il secondo invece parte dal Piano dell’Alpe e sale all’Assietta restando sempre sul versante della val Chisone;
L’alta via è una vera e propria mulattiera, probabilmente percorribile anche in moto, poiché a sera la signora Bates mi racconterà del figlio che l’aveva fatta; ma è vietata, perciò non resta che percorrere la strada “bassa”, accessibile anche alle auto.
Note storiche:
“Con la firma della Triplice Alleanza, siglata nel 1882 tra Austria, Germania e Italia, la Francia tornò ad essere una nazione nemica e la zona montana dell'altipiano dell'Assietta divenne un territorio fondamentale dove concentrare il sistema difensivo a protezione della frontiera occidentale. Venne nominata una speciale Commissione per la Difesa dello Stato che, per quanto riguardava la cresta spartiacque fra Val Susa e Val Chisone, decise di realizzare la Piazza Militare dell'Assietta, un grandioso campo trincerato dotato di organizzazione autonoma. I lavori incominciarono nel 1888 con la creazione di una rete di strade militari, lunga all'incirca 50 km. che richiese 4 anni di lavori. La comunicazione principale iniziava dal Colle delle Finestre, saliva al monte Pintas e con un tracciato sempre oltre i 2500 metri di quota aggirava la Cima Ciantiplagna e raggiungeva, attraverso il Colle delle Vallette, la zona del Gran Serin. Dal Gran Serin la strada proseguiva raggiungendo dapprima l'Assietta e quindi il monte Genevris. Questa rotabile di alta quota, vero gioiello di ingegneria militare stradale per quei tempi, annovera tra le sue memorie anche un record automobilistico: nel 1900 una delle prime automobili, guidata da un certo Gaetano Grosso Campana, la percorse per un notevole tratto, salendo in quattro ore e mezza da Fenestrelle fino in prossimità della vetta del Ciantiplagna (2849 m). Altre strade minori venivano a raccordarsi al ramo principale consentendo di raggiungere diverse località dell'alta Valle della Dora: dal Gran Serin si scendeva all'Alpe d'Arguel e quindi al Pian del Frais e a Meana, mentre dal Colle Blegier una rotabile raggiungeva Sauze d'Oulx via Monfol e Salbertrand, percorrendo interamente l'area del Gran Bosco. Tale rotabile è ancora oggi conosciuta col nome di Strada dei cannoni.”
Dal sito http://stradecannoni.altervista.org/
Il Muz, in un articolo sullo Jafferau, definiva “eleganti” le strade in quota della valle di Susa: sicuramente il vocabolo più consono a questo superbo percorso.
L’Assietta non è una “volgare” mulattiera qualsiasi, non ti seduce con gradoni di roccia impossibili, salite fangose al limite del ribaltamento, tornanti stretti al punto tale da manovrare la moto. l’Assietta ti conquista per l’eleganza del suo tracciato incastonato alla schiena del monte, quasi come un tatuaggio al corpo; apparentemente senza sforzo, con larghi tornanti, lievi rampe, lunghe curve appena accennate sul dorso del rilievo, si prende quota, si procede sulla cresta della dorsale, si scollina ripetutamente da un versante all’altro, qua la valle di Susa, là la val Chisone.
Gli allunghi tra una curva e l’altra, gli spaziosi tornanti inviterebbero a girare il polso destro, a percorrere le curve in lunghe derapate, scaricando a terra l’abbondante cavalleria di cui dispongono le moderne moto da enduro; ma a questo non ci penso nemmeno, guido sobriamente in 3°-4° marcia, pennellando le curve, dosando lentamente accelerazioni e frenate; dirò di più, sulle salite quasi rallento per non giungere troppo in fretta al culmine della ascensione!
Non serve avere una moto da enduro specialistica per fare questo tragitto, le vecchie, goffe, pesanti enduro anni ’80, Yamaha XT, Honda XL, ecc., od anche le più pesanti bicilindriche ti portano degnamente sull’Assietta. Basta avere un pneumatico scolpito, anche modestamente, per avere un minimo di grip; fare attenzione a qualche buca più profonda delle altre, a qualche pozzanghera insidiosa: uscire di strada dal lato sbagliato (verso valle) vorrebbe dire saltare o nel migliore dei casi rotolare in giù per centinaia di metri!
Ed ora le foto:
Si prende quota dal Pian dell’Alpe!
In alcuni punti la via è letteralmente scavata nella roccia.
Idem.
Tornanti nella nebbia.
Verso l’Assietta.
Foto ricordo.
Sul colle un vento glaciale fredda le ossa; la val Chisone è quasi completamente immersa nella nebbia, che lentamente sale verso il crinale; sotto di me la Val Susa è sgombra di nubi, almeno in valle; di fronte dovrei vedere il monte Jafferau, il Rocciamelone, e i monti verso la Francia, ma cupe nubi color carbone nascondono le vette: pare quasi che la divinità della Pioggia mi abbia concesso la grazia di guidare in una oasi di cielo asciutto, circondata da un mare di nuvole piovose.
Ma non durerà.
Sono solo, mangio uno snack, osservo le simpatiche marmotte, scatto le foto: si sta di un bene lassù! Sopra di me, ad alcuni tornanti, c’è un gruppetto blu Yamaha, anche loro fermi. Poco dopo scendono nella mi direzione, mi salutano senza fermarsi e proseguono; sono 4 austriaci o svizzeri, non poteva mancare un incontro con dei crucchi qui in Val Susa! Comunque in tutto il percorso dell’Assietta incrocerò solamente un gruppetto di 3 fuoristrada 4x4, anche loro stranieri, forse della stessa comitiva dei 4 enduristi, e un ciclisti solitario alla Testa dell’Assietta: preferisco così che l’affollamento di una domenica di sole in agosto!
Austriaci.
Gran Serin.
Note storiche:
“Si passa, in seguito, in mezzo a due baraccamenti militari in rovina (11,5), dotati di scuderie, ed in grado di ospitare fino a 600 uomini. Sono i resti della grande Caserma difensiva della Batteria del Gran Serin, che costituiva il centro logistico dell'opera fortificata, presso cui si trovavano alloggiamenti, scuderie, magazzini con oltre 6000 tende, infermeria e un ospedale da campo che veniva utilizzato durante le manovre o in caso di mobilitazione generale. La caserma venne abbandonata nel 1928. In salita, si perviene, attraverso un varco chiuso in passato da un cancello, dinnanzi alle rovine del magazzino materiali della imponente Batteria del Gran Serin (12,2 - 2589 metri). Il forte fu costruito nel 1897 ed era armato con 8 cannoni da 12 GRC/Ret mm. e 6 mortai da 15 AR/Ret. tutti in barbetta. Il forte fu disarmato nel 1915 e dismesso anch'esso nel 1928. Non fu richiamato in servizio a supporto del Vallo Alpino. Oltrepassata la batteria la rotabile discende, tramite vari tornanti, al Colle dell'Assietta”
Dal colle dell’Assietta si potrebbe salire al forte del Gran Serin, e quindi scendere verso Meana, ma la strada attraversa il Parco del Gran Bosco di Salbertrand, vietata al transito. Anche se vorrei tanto visitare le batterie del Gran Serin, e probabilmente con un tempo simile non incontrerei nessuno, mi attengo alla decisione presa: niente effrazioni.
Proseguo verso Sestriere; la strada si innalza fino alla Testa dell’Assietta, dove un obelisco e un cippo in pietra ricordano una battaglia qui avvenuta nel 700 fra Piemontesi, Francesi e Austriaci: non chiedetemi come erano schierati, che in quegli anni cambiavano parte ad ogni starnuto di sovrano!
Obelisco alla Testa dell’Assietta.
La strada si dipana lungo la cresta della valle, toccando gli altri colli; ma scade la tregua concessa dal tempo: la nebbia che sale dalla Val Chisone si fa sempre più fitta e persistente, umida e intrisa di particelle d’acqua, quasi che piovesse.
Colle Blegier.
Il Gran Bosco di Salbertrand.
Verso Sestriere.
Quando arrivo nei pressi del Colle Basset, l’ultimo della serie prima della discesa a Sestriere, sono immerso nella nebbia più fitta, distinguo a malapena l’ampiezza della strada, l’acqua forma un velo sugli occhialoni e viaggio a tentoni.
La sterrata passa sul lato opposto della montagna, e con molti tornanti scende a valle passando sotto a degli impianti di risalita per lo sci; credendo di essere passato sul versante della Val Susa, credo di andare verso Sportinia, tanto che torno indietro a cercare la deviazione per Sestriere. Ma nella nebbia non vedo alcuna diramazione dalla traccia che stavo percorrendo; mi rassegno ad aver sbagliato qualcosa nella navigazione e scendo, ma con mia sorpresa arrivo al Sestriere!
La nebbia era realmente micidiale, tanto fitta da confondermi perfino sul versante del monte in cui ero.
Sono le 12.00 quando concludo i 33 km dell’Assietta.
VALLE ARGENTERA
A Sestriere pioviggina e fa freddo, la cittadina è tutta un cantiere per le prossime Olimpiadi Invernali; nonostante il mio organismo reclami cibo a volontà penso di meritarmi qualcosa di meglio che uno ordinario bar da stazione sciistica, perciò stringo la cinghia e mi dirigo verso la mia meta successiva, la Valle Argentera: troverò di che sfamarmi in qualche rifugio o malga.
Dalla strada che scende a Sauze di Cesana si stacca una diramazione che entra in valle Argentera; dalla località di Ponte Terrible la strada diventa sterrata e passa sulla destra orografica del torrente Ripa.
Sul Ponte Terrible.
Sorpassato il ponte la strada, molto accidentata a causa del passaggio di camion impegnati in dei cantieri idraulici, sale una scarpata rocciosa per entrare in una valle glaciale da manuale: un perfetto profilo ad U, fondo piatto serrato da pareti quasi verticali.
La visione è di quelle che rimangono nel cuore: la prateria di fondovalle, verdissima, è segnata dal passaggio del torrente che si muove liberamente al centro dell’imbuto; mucche pigramente al pascolo; ai margini, dove la pendenza del versante è lieve, qualche isolata grangia; ai lati cime che si spingono fino ai 3.000 metri. E la cosa più fenomenale è che si può risalire la valle lungo una dritta sterrata che costeggia il torrente, guadando molti ruscelli che scendono dal monte.
Valle Argentera.
Torrente Ripa.
la valle fino al terzo ponte sul torrente; dopo di esso il fondovalle si innalza rapidamente verso i 2.000 metri; sulla destra orografica c’è il rifugio Planes, con una mulattiera pedonale che lo raggiunge rapidamente; la pista carrabile invece fa un largo giro sul versante opposto. Al suo imbocco c’è un fantastico cartello che avverte di tutti i terribili pericoli a cui si va incontro nel percorrere la valle e consiglia il passaggio solo ai mezzi fuoristrada: fantascienza che al suo posto non ci sia un bel cartello rosso di divieto!
Magari fossero tutti così i cartelli sulle mulattiere!
Ora il fondo stradale diventa più impegnativo: il duro sterrato di terra battuta e ghiaia iniziale lascia il passo ad una pista fangosissima, segnata dalle tracce dei 4x4, ma non è nulla di preoccupante.
L’unico fastidio me lo da una jeep che procede lenta davanti a me; la supero più volte, ma poi mi fermo a fotografare e quello mi ripassa, poi lo riprendo ma non si preoccupa molto di darmi strada, il bastardone.
Ma non si può fare a meno di fotografare, non si può:
La pista verso il rifugio Planes.
Cascata.
Il rifugio ed alpeggio Planes, a 2.000 metri.
La pista giunge ad un bivio, nei pressi del quarto ponte (contandoli dal Terrible); a sinistra si va al rifugio, a destra la salita continua, inoltrandosi in una valle sempre più impervia ed di alta montagna, dall’aspetto assolutamente selvaggio e disabitato: pare impossibile che si possa salire ancora!
Opto per la sosta al rifugio, gustandomi il breve tratto di strada per raggiungerlo, fangoso, stretto e pieno di buche, assolutamente non difficile per un moto da enduro o un’auto fuoristrada, non certo per una normali vettura da gitanti domenicali.
Parcheggio sferzato da raffiche di vento ed acqua, entro con tutto il mio arsenale da endurista professionista; nell’unico stanzone che compone l’agriturismo ci sono una mezza dozzina di persone dall’aria piuttosto rustica, non sono sicuramente appassionati di trekking in gita, probabilmente sono pastori o comunque lavoranti negli altri alpeggi che si ritrovano lì a mangiare.
Mi guardano con diffidenza, e in parte li capisco: penso che l’abbigliamento tecnico di noi fuoristradisti rasenti il ridicolo per le persone non del ramo; OK vestiti rinforzati da placche od inserti come i pantaloni, o le protezioni varie, ma tutta quella profusione di colori vivaci ci fanno sembrare dei pappagalli tropicali e ci danno pure un’aria a volte aggressiva; forse con completi più sobri gli altri frequentatori della montagna ci vedrebbero meno come marziani e più simili a loro!
Certo che in questo ambiente grezzo in tutto e per tutto ci starei meglio con un bel completo di regolarità d’annata, un bel incerato Barbour o Belstaff incrostato di olio e fango, piuttosto che le modernissime fibre dei miei abiti.
L’oste della taverna parla una madrelingua incomprensibile, per fortuna mia conosce anche l’italiano e li chiedo della polenta concia; beffardo mi risponde che alle 13.15 non posso pretendere che la cucina mi faccia della carne e polenta, la che li chiedo se c’è qualche avanzo da mangiare, pane, formaggi, salumi. E ciò che mi arriva è proprio pane, formaggi, salumi e vino rosso: è una meraviglia stare lì al caldo, osservando dalla finestra la nebbia stendersi e ritirarsi nella valle, e divorare senza ritegno carboidrati, proteine, grasso e lardo: mi verrà il colesterolo, morirò giovane, ma almeno la gola avrà goduto!
Dal rifugio.
Il malgaro mi spiega che al bivio posso continuare a salire, ma che la strada finisce in una grangia, che dalla cartina dovrebbe essere la Gran Miol; incredibile, si sale ancora.
La pista è divertente, ripida, dal fondo misto di terra grigia e ghiaia, con un buon grip e diversi tornanti molto stretti; salgo ad un ritmo più celere rispetto al tratto iniziale della valle, ed in breve raggiungo il termine della strada, alle porte di una malga.
Oltre c’è il sentiero pedonale ed un divieto di transito, ma è già tanto essere giunti qui
Verso il Gran Miol 1.
Verso il Gran Miol 2.
Verso il Gran Miol 3.
Gran Miol 2.440 metri.
Sosto qualche minuto quassù, a riempirmi la mente di immagini, poi scendo veloce a valle.
moto e funghi in valle Argentera.
Continua…
P.S.: ringrazio il Sig. Marco Boglione, autore del sito citato nel testo, e sopratutto autore dei volumi:
Le Strade dei Cannoni, “Edizioni Blu”;
Le Strade Militari dell'Assietta, “Edizioni Blu”;
per le interessantissime e precise informazioni di carattere storico.
Assolutamente consigliati i suoi libri!