
La mia vacanza motoalpinistica estiva con Gino si è conclusa con un percorso condizionato dalla mancanza di carburante. La solita stazione di servizio (del paese dove trascorriamo il periodo di ferragosto) dove ci riforniamo lo ha finito e così siamo costretti a modificare le destinazioni che ci siamo prefissate nel nostro briefing di ieri.

Oggi ci siamo arrampicati su roccia, terreno ideale per la piccola Alp, piuttosto ostico per l’alta DR. Una ripida salita ci ha portati in quota: dai 1300m slm di partenza ai circa 1750 dove è cominciato il vero e proprio tratto hard: 100 metri di dislivello ripidissimo da affrontare con decisione, pena una bella scivolata all’indietro con capitombolo.

In queste occasioni, una strana sensazione mi attanaglia prima di incontrarmi con la difficoltà: scariche adrenaliniche pervadono il mio corpo segnalandomi da un lato, la sensazione di pericolo, dall’altro il piacere di superare ancora un volta un limite (forse quello della paura di non avere sufficiente coraggio). E’ così che ho affrontato il ripido tosto, quello che in prima non puoi mollare per un attimo e stai così proteso in avanti che il casco quasi tocca il faro, o almeno così mi sembra (in effetti, a freddo mi sembra fisicamente impossibile).

Arrivare in cima è questione di alcune manciate di decine di secondi, neanche un minuto ma… che soddisfazione (poi ti accorgi che puoi stare anche un mese a lavare i piatti mattina, mezzogiorno e sera, tanto non te ne frega niente!). Il panorama è mozzafiato, ma potrebbe anche essere una gran ca(bip), tanto, dopo la fatica che hai fatto nessuno potrebbe convincerti del contrario. Forse è per questo che non fai le foto: ti rendi conto, dopo alcuni giorni, che poi, quel posto, tanto bello non era, o almeno, così ti dicono gli amici a cui hai fatto vedere le foto e che non erano lì con te a sudare freddo e a sentire il cuore a 1000.

La sosta in cima ci serve a riprendere fiato e facciamo due chiacchiere semiserie sul nostro passato. Sul nostro futuro abbiamo molte idee confuse, una sola è chiara: continueremo ad andare in moto finché ce la faremo (poi io andrò in quad! vero Jo?).

La discesa è talmente pericolosa che, da antesignano del motoalpinismo estremo, consiglio a Gino di spegnere il motore, ingranare la prima e, stando a piedi a sinistra della moto, farla scendere mollando e tirando la frizione secondo il bisogno, visto che il freno posteriore non si può usare e quello anteriore è bene lasciarlo perdere. Provate con le moto grosse: funziona!

Una volta superato il discesone ripidissimo abbiamo seguito una via diversa dall’andata, per puntare sul paese dove avremmo trovato carburante. Sterrato facile ma con i canaloni di scolo delle acque piovane, molto divertenti da ammortizzare ma piuttosto stressanti per la mia targa. Infatti, per l’ennesima volta la perdo. Se ne accorge il mio compagno di viaggio, per fortuna ero avanti. Si ritorna indietro, temendo di dover riaffrontare il salitone ripidissimo ma, fortunatamente la ritrovo dopo alcuni chilometri. Sosta forzata di mezz’ora per riattaccarla con mezzi di fortuna: avete mai sentito parlare di giravite piatto? Certo! e di quello a stella? Certo! Sono sicuro, però, che non avete mai visto un giravite a pietra!!!! Il sistema è semplice. Si acquista un kit di giraviti completo presso qualsiasi rivenditore ambulante della Repubblica Popolare Cinese e dopo averlo usato un paio di volte e pronto da buttare. Non per me. Nonostante il beccuccio che aggancia le varie chiavi sia ormai spanato cosa faccio? Infilo la chiave e tiro un paio di colpi di pietra per farvi aderire il beccuccio. Funziona per un paio di avvitate, poi si ricomincia con le pietrate. Semplice! Con questo sistema, senza accorgercene si sono fatte le 12.30 e siamo in ritardo per arrivare alla colonnina di benzina di Delianuova. Ci lanciamo giù a tutta birra ma, ovviamente, arriviamo il paese che e già chiuso. Poco male, a proposito di birra, ne racimoliamo due e saliamo a Camelia per pranzare all’ombra degli alberi, al fresco.

Stavolta, abbiamo portato il pranzo. E qui si può notare una sfumatura comportamentale su quanto l’ambiente in cui si vive agisca sulla modificazione genotipica del DNA. Detto in parole povere, il caro amico, ormai a Varese da quasi trent’anni si è portato delle anemiche fette di pan carrè con un anonimo prosciutto cotto. Il sottoscritto, calabrese di origine e di mentalità, nello zainetto ci aveva messo… che cosa? Ho già intuito quello che state pensando e devo dire che avete indovinato: capicollo e pane di grano. Con le due birrette comprate in paese (Gino beve qualcosa giusto in queste occasioni, per non fare la figura del pulentun), a metà giornata, abbiamo dato fondo alle nostre provviste.

Dall’occhietto luccicante che potete notare in foto, si può capire quanto slancio abbiamo avuto nell’affrontare il resto dell’escursione: il periplo di Monte Misafumera, una vetta sulla dorsale Jonio-Tirreno, nei pressi di Zervò. Da Carmelia abbiamo seguito la facile strada asfaltata che porta sotto Monte Fistocchìo e abbiamo, quindi, proseguito lungo la dorsale jonica prima di imboccare l’ampia carreggiabile che circonda Misafumera per arrivare alla Fontana dell’Abete, sul crinale della catena di monti che divide il Mar Jonio dal Tirreno.

Da qui abbiamo puntato su Zervò, sede della Comunità Incontro di Don Gelmini, luogo pieno di animali provenienti da tutto il mondo. Ci siamo rifocillati con un bel gelato e abbiamo preso la via del ritorno ad andatura tranquilla. La nostra giornate non è finita qui: al rientro 3 ore di discoteca. E scusate se al mattino dopo ho dormito un po’ di più!