AVVENTURE SUI CONFINI DI SLOVENIA E CROAZIA
Big Paulus, mio vecchio amico, non capirebbe; scuoterebbe la testa in disapprovazione e direbbe:”Alve, Alve … (come ogni buon veneto ha problemi con le S Sibilanti, anche i miei nonni, e pure mio padre che me l'ha dato, non pronunciano mai il mio nome correttamente!) ma che senso ha fare 500 km di asfalto, di autostrada, in moto, per andare a fare fuoristrada con quel bidone di Cagiva? Ma perché, tu che vai forte, che fò fatica a starti dietro, con quel cancello di Honda XR400, invece di sprecare risorse a raccattare vecchi rottami, non ti concentri su di una unica moto da corsa, messa giù come dio comanda, e fai vedere di cosa sei capace?” Big Paulus, nonostante non abbia mai fatto gare, è “racing inside”, in 10 anni ha fatto una escalation che, dal TT600 59X, lo ha visto passare alla KTM LC4 620, indi al K520, quindi al K300 2T, per approdare alla Honda CR 250 2T last edition; se una volta almeno fino al Grappa ci arrivavamo in sella, ora monta il ferro sul carrello anche per andare al fettucciato del MC a 15 km da casa.
Io, al posto di intendere l'enduro come prestazione tecnica e sportiva, ho preferito sposare la filosofia dell'esplorazione avventurosa; intendiamoci, mi dà sempre piacere intenso superare ostacoli difficili, raggiungere la cima per il sentiero impensabile; non a caso mi sono avvicinato timidamente al trial. Però quasi sempre si tratta di variazioni su un tema già noto, solita montagna, solita valle, solito bosco, interpretati in modo diverso, ma sempre i consueti luoghi e situazioni.
Vuoi mettere imboccare una sterrata mai fatta in precedenza, non sapere se non a grandi linee dove andrà a parare, se si dovrà fare retromarcia o si potrà proseguire ancora?
I primi anni che giravo in moto era sempre così, ogni direzione era quella giusta, ogni strada una scoperta; 20 anni dopo, sarei presuntuoso se dicessi che so tutto, ma in effetti, nella mia provincia e regione conosco abbastanza i luoghi per sapere dove sto andando a parare.Anche perché, se spostiamo l'attenzione su giri a lungo raggio alla portata della bicilindrica, non è che di itinerari sterrati aperti al transito ne siano rimasti tanti sulle Alpi. Ed allora ha un senso, forte e chiaro, fare 400 km di autostrada per andare a perdersi nelle montagne balcaniche, solcate da infiniti sterrati che vagano fra misteriose foreste.
È dal 95 che ho la fissa della Slovenia, sono riuscito ad andarci più volte, e sempre è stato molto soddisfacente. Anche là ci sono divieti al fuoristrada, e sono più teutonici che balcanici nel farli rispettare, ma ci sono tante strade sterrate aperte alla circolazione. Tecnicamente non sono difficili, ma offrono quello di cui ho bisogno, aria fresca, boschi e montagne in solitaria per decine di km.
Almeno una volta all'anno, vale la pena affrontare la fatica di un giro dall'alba al tramonto (e un po' oltre!).
E così eccomi ancora sulla pallostrada A4 in direzione Trieste; l'anno scorso avevo deviato verso Gorizia, per entrare quasi immediatamente nell'immenso parco giochi alle spalle della città irredenta, nelle sterre dei monti di Idrija, della Selva di Tarnova e del monte Nanos.
Stavolta volevo andare oltre, spingermi ancora più a sud e più a est, per cui proseguivo il trasferimento fino al valico di Fernetti, nei limitrofi di Trieste. 20 km di autostrada in più, piccolo prezzo per le mete ambite a cui tendevo:
1) Antipasto: monte Vremscica (altresì detto Auremiano).
2) Tris di primi: monte Sneznik (altresì detto Monte Nevoso); Cerkinca Jezero (altresì detto lago Circonio); monti Goteniska Gora.
3) Bis di secondi: foresta del Kocevsko; attraversata del Gorski Kotar, un altipiano quasi disabitato e ricoperto da fitte foreste, ubicato nell'entroterra croato fiumano, dalla valle della Kulpa fino al Castuano (paese di Klana).
4) Dessert: attraversata della regione della Cicceria, Istria interna, a cavallo del confine sloveno croato.
5) caffè: monte Slavnik (altresì detto Taiano) oramai in vista di Trieste.
Diciamo pure che se questo fosse stato veramente un pasto, come minimo avrei avuto assicurata una indigestione epocale! Un giro del genere credo si riuscirebbe a farlo, in one day, stando in sella 18 ore su 24, non fotografando, non fermandosi mai, e sopratutto non sbagliando mai strada!
Impossibile.
Però vale la pena provare, ed avere individuato tanti spot interessanti mi avrebbe consentito, una volta in loco, di scegliere uno piuttosto che l'altro, a seconda della piega che avrebbe preso la giornata. La filosofia alla base del giro è sempre la stessa: ripercorrere le montagne che già avevo esplorato, e mi avevano colpito di più, nei precedenti viaggi; unire alle precedenti percorsi che non ero riuscito a fare nel passato, o del tutto nuovi, studiati a tavolino, che mi sembravano degni di una visita.
Trova il way point, la caccia al tesoro del 3° millennio!
Ma non dimentichiamoci dei vecchi metodi: fotocopia a colori della mappa, arrotolata nel porta road book.
Stavolta, oltre alle solite mappe, purtroppo in scala 1:100.000, insufficiente il dettaglio per “navigare” nelle foreste, sono andato , giù di brutto col GPS, way point a gogò, rotte disegnate su Google Earth e trasferite con Map Source sul Garmin.
Sul monte Nevoso ero già passato nel 95; questo massiccio, alto quasi 1800 metri, è la vetta più alta della Slovenia meridionale, quasi sul confine con la Croazia; è il culmine di una catena montuosa che parte da Postumia e si innalza progressivamente fino, appunto, al Nevoso. Intendevo approcciarmi a questo sistema montuoso dalle parti di Pivka (o San Pietro del Carso), percorrerlo in lungo e in largo per poi planare sul lago di Cerknica. Da quest'ultimo, attraverso le foreste del Goteniska Gora, una serie di rilievi poco oltre i 1000 metri, volevo raggiungere la città di Kocevje, ubicata in una vallata percorsa dalla strada che porta in Croazia.
Kocevje è il punto di attacco al Kocevsko, un ondulato altipiano sui 1000 metri che si estende in direzione sud est, interamente ricoperto di foreste e privo di centri abitati. Dentro al Kocevsko avevo perso una mattinata, e 100 km, assieme all'amico Ru, cercando di raggiungere il Baza 20, un campo di addestramento dei partigiani Jugoslavi nella WWII; in questa foresta, da vedere, c'è pure il Kocevski Rog, che credo sia un memoriale alle vittime del comunismo, infoibate in qualche cavità carsica, o semplicemente uccise nel fitto del bosco. In 100 km non raggiungemmo ne l'uno ne l'altro, tanto per dire della difficoltà di orientarsi in queste foreste, percorse da sterrate facili, ma tutte uguali.
Fin qui tutte zone che parzialmente conoscevo; da ultimo volevo entrare in Croazia a Babno Polije, e da li tentare la traversata verso il mare, percorrendo la regione montuosa del Gorski Kotar, a sud est del monte Nevoso: sulle mappe è disegnata come una estesa area di montagne senza paesi, con contorte sterrate che ne solcano i rilievi. Sempre mi aveva attirato, mai ci ero andato: stavolta non l'avrei mancata. Per non sbagliare, ci davo dentro con GE e il GPS, ricavando qualche decina di way point da navigare, con la tecnica “Ciaccia”: ad ogni bivio un wp, nominato progressivamente 017DX, o SX, o A, a seconda se al bivio si doveva andare a sinistra, destra o dritti.
Punto finale il paese di Klana, nell'entroterra fiumano, da cui volendo avrei potuto rientrare in Italia percorrendo le regioni più interne dell'Istria, la Liburnia e la Cicceria, con i loro sterrati, anch'essi in parte conosciuti; ma mi rendevo conto che la percorrenza di questa ulteriore tratta era molto aleatoria.
Primo ma ultimo l'Auremiano, montagna sui 1000 metri tra Pivka e il confine; una sterrata lo aggirava, lo consideravo un aperitivo il vista del primo piatto forte del giorno, il monte Nevoso.
Autostrada del Ca(r)sso, verso Fernetti.
FANGHI SULL'AUREMIANO
Ed ora passo al presente, sono in marcia sulla bollente A4 verso est, con la mia oramai mitica Cagiva Elefant 750, il cannone a lunga gittata per giri siffatti. Per questo giro mi sono messo giù leggero, infatti ho lasciato a casa il bauletto posteriore, che sarà anche comodo per via di lucchetto ed aggancio rapido, ma esteticamente fa cagare: lo stile innanzitutto.
Ho optato per le valige in alluminio alla tedesca, auto costruite, in cui ho stivato: mappe, cartine, guide della zona, ricambi di vestiti per l'off, un casco jet da trial (da usare sulle piste slave al posto del pesante e caldo integrale stradale che indosso in autostrada), ricambi ed attrezzi per sopravvivere all'imprevisto (dal compressore portatile fino allo smaglia catena, passando per leve smontagomme e camere d'aria di scorta).
Passata Redipuglia l'A4 diventa più bella, abbandonando il piattume della pianura veneta per attraversare le ultime propaggini del Carso che si affacciano sul golfo di Trieste, orlate dai colori della macchia mediterranea; senonché si viaggia incolonnati a velocità da lumache, causa “trasporti eccezionali”, dicono i tabelloni luminosi. Alla barriera di Lisert supero finalmente gli “Eccezionali”:
Questo si che è un mezzo da fuoristrada: se un ostacolo lo blocca, lo distrugge a cannonate, e sopratutto, non c'è GEV o Forestale che si sogni di fermarlo!
Ma è una autocolonna dell'esercito! Chissà che pedaggio si paga con un mezzo così.
A Fernetti entro in Slovenia; non ci sono più formalità burocratiche, da anni fa parte della UE e dell'area Euro, però mi fermo lo stesso per chiedere al poliziotto la strada “sticker free”: il piccolo paese slavo si è dotato negli ultimi 15 anni di una rete autostradale, e il pedaggio si paga non al casello come da noi ma con l'acquisto della “vignetta” da appiccicare al mezzo. La fregatura sta nel fatto che l'autostrada inizia subito al confine, per cui si rischia di imboccarla suo malgrado senza avere la pecetta, e quindi di essere fermati e multati dalla solerte polizia locale. A scanso di multe mi faccio subito indicare la strada normale.
Seconda cosa, faccio il pieno; purtroppo non è più la goduria di 15 anni fa, quando la benzina ivi costava un terzo in meno che in Italia: è comunque più economica che da noi di un 20 centesimi, apprezzabile.
Prendo la strada per Divaça, e subito inizia il godimento; le strade slovene sono ricche di curve, controcurve, salite e discese, l'asfalto è buono e il traffico è poco: cosa chiedere di più dalla vita? Forse un Lucano? No … uno sterrato!
E difatti arrivo al bivio da cui parte la sterrata che sale in vetta all'Auremiano, che la mia guida indica come sterrata a vicolo cieco; in realtà suggerirebbe una discesa dal lato opposto, ma la classifica come sentiero, d'altronde la pubblicazione è pensata per le mountain bike, il mio mezzo è un pelo più grosso e pesante, ma solo un pelino … io dovrei proseguire fino al villaggio di Senozece, da cui aggirare il Vremscica in direzione sud est, ma come rinunciare alla invitante sterrata fra i pini marittimi che conduce alla vetta? E allora, divaghiamo...
una manciata di panoramici km mi porta dentro un altipiano ondulato, popolato da pecore al pascolo. Bello, bello, cielo azzurro, nuvole bianche, prati verdi, sterrate bianche che li solcano. Al bivio prendo la direzione della Koca, l'equivalente sloveno dei nostri rifugi, dove fanno ristoro.
Sterrata mediterranea sull'Auremiano.
Pecore auremiane.
La vetta del Vremscica.
I pascoli sono tutti recintati, un cartello, seppur in sloveno, fa capire che lo sono causa progetto sperimentale della università, suppongo di agraria o similari, di Lubiana. E, a conferma di ciò, all'appropinquarmi alla koca, il desmodromico rumore del bicilindrico Ducati fa apparire sull'uscio una decina di studentesse universitarie, alte, bionde, occhi azzurri, con le poppe a pera; in eremitaggio da mesi su queste montagne per motivi di studio, non par loro vero di veder arrivare un baldo maschio motociclista, e non vedono l'ora di farmi la festa …
Quiz: come procede la storia?
a) SuperHank è prigioniero da allora delle ninfe slovene, come Ulisse con la maga Circe;
b) essendo SuperHank miope, ha confuso per ninfe dei nerboruti pastori slavi, in astinenza da secoli, per cui il nostro ha fatto la fine dei mandriani recchioni di “Brokeback Mountain”;
c)non c'era nessuno e SuperHank scrive cazzate;
la giusta è la C.
“No girls no party”, il disappunto sulla faccia del SuperHank!
Dopo il rifugio la strada diventa molto più accidentata e scavata dai trattori; percorre una valle che si fa via via più stretta, indi risale un poggio e scompare nel bosco; oltre questa specie di passo la pista si tuffa in una foresta umida e ombrosa, perdendo velocemente quota. Poi ritorna in piano, ma la via si fa impervia: fondo umidissimo, pozzone di fango talmente profonde da essere popolate da esseri viventi (giuro, entrandovi con la ruota anteriore ho fatto scappare delle macchioline nere, credo girini in avanzato stato di trasformazione in rospi), ruere di trattore di fango colloso inghiotti moto, vegetazione a chiudere sempre più il passaggio. Queste tracce hanno tutto l'aspetto di piste di esbosco aperte dai boscaioli, che spesso e volentieri muoiono nella foresta e non portano da nessuna parte. Il mio quinto senso e mezzo mi dice che in qualche modo se ne uscirebbe, o una o l'altra di queste piste raggiungono la civiltà sull'altro versante del Vremscica … ma ci vorrebbe un bel monocilindrico leggero, come la mia leggendaria XR, con la vaccona Cagiva il fango è una trappola micidiale, dando gas, invece di avanzare, scava, scava, scava e si seppellisce da sola nella fossa.
Pozzona Auremiania.
Fangazza e sassoni auremiani.
Fangazza secca, sempre auremiana.
Inutile rischiare e perdere una giornata qui; già ho fatto fatica nell'inversione, per togliere la ruota anteriore dal bordo di una fossa; torno da dove sono venuto.
Sul pianoro esploro un'altra sterrata, spaventando il gregge, ma non concludo nulla, la traccia termina su un poggio occupato da un ripetitore.
È ora di porre termine alla divagazione sulla vetta del Vremscica, torno sulla mia strada.
Monte Nanos dal Vremscica.
Good bye Vremscica.
CARRI E ARMATI NEL MONTE JAVORNIK
Tornato sull'asfalto, scendo al villaggio di Senozece dove, a fatica, trovo lo sterrato che mi interessa, ma subito mi fermo, ho una panne al freno posteriore; ha reazioni strane, non capisco, poi trovo il bandolo della matassa: la molla elicoidale che aiuta il pedale a tornare in posizione di riposo si è spezzata, creando un effetto ABS al contrario, con la frenata che si prolunga oltre la pressione del piede. Non posso fare nulla se non cambiare la molla una volta a casa, intanto aiuto la risalita del pedale spingendolo da sotto con la punta del piede. Nel mentre traffico con la moto una gentile coppia di anziani signori, superati poco prima, a bordo di un trattore, si ferma ad offrirmi aiuto: li rassicuro a gesti e declino l'offerta. Riparto per una “godzna cesta”, ossia la strada forestale slovena, percorribile a proprio rischio e pericolo; quelle veramente vietate hanno il classico segnale tondo cerchiato di rosso. È una splendida sterrata, molto varia sia come fondo che come sfondo: si passa dalla ghiaia grossa e smossa allo sterrato compatto fino alla strada bianca di ghiaino fine, mentre attorno si attraversano siccitosi boschi di pini marittimi, alternati a umide foreste di latifoglie.
“Strada forestale, percorribile a proprio rischio e pericolo” credo …
Rientrato sull'asfalto, per entrare nel cuore del Nevoso dovrei andare a Ilijsca Bistrika (Villa del Nevoso), ma invece vado in direzione opposta, verso Pivka (San Pietro del Carso) per intrufolarmi in quelle montagne chiamate, sulla mia mappa, Javornik.
A Pivka la mia attenzione è richiamata da questi:
Tank 1: T34 russo?
Tank 2: Sherman americano?
Mi fermo a fotografare, ma vedo delle persone che mi osservano, temo mi vogliano sgridare o peggio, non sarebbe la prima volta che mi trovo in situazioni imbarazzanti con i militari (ex-Jugo)slavi … a gesti chiedo se posso, quelli si sbracciano ridendo, solo allora realizzo che si tratta di un museo, il Museo della Guerra. Nelle caserme dismesse alla periferia di Pivka è stato creato questo museo, nei piazzali sono posti carri armati ed altri veicoli militari, inoltre c'è una palazzina museo. Una manna per un patito di storia come me, sarebbe da spenderci la giornata, ma sono venuto in Slovenia per offeggiare nelle montagne e nei boschi, a malincuore mi accontento delle foto dei carri.
Dopo Pivka entro in una ampia valle che conduce a Postumia; al piccolo villaggio di Selce imbocco una sterrata di campagna che mi dovrebbe portare verso lo Javornik.
Cercando il Nevoso.
l'inizio non è male, polverosa ma piacevole, ma più mi avvicino alle colline più diventa stretta, chiusa dagli arbusti che si strisciano su carene e pilota, scavata da enormi pozzanghere che prendo accuratamente sul margine per paura di affondarvi dentro: non ha più nulla della strada carrabile, dove sto andando a cacciarmi?
Per mia fortuna la pista finisce su una sterrata ampia e carrabile, vicino ad un incrocio a T, ma a questo punto non so bene da che parte andare; mentre studio la mappa sento un rumore, non ci faccio troppo caso, sarà un'auto o un camion di boscaioli, ma con la coda dell'occhio vedo passare un mezzo che non è ne uno ne l'altro; parafrasando il canarino Titti dei cartoni Lonely Tunes, potrei dire: “mi è semblato di vedere un carro armato!” proprio così, in una nuvola di polvere è passato un blindato militare!
Ma in che guaio mi sto cacciando? Andiamo avanti, dai.
Indecisione.
A questo bivio, dove una inquietante costruzione diroccata fa da spartitraffico, non so dove andare; dapprima prendo a dx, a naso la direzione più ovvia verso il Nevoso; ma la carrabile muore in una radura in contro pendenza, diventando una traccia da enduro racing. Allora vado a sx, ma dopo un po' trovo questo:
Meglio non proseguire ...
Ok, quando vedo una cosa così, anche se la sbarra è alzata, è meglio non andare oltre, non credete? E poi credo che il carro armato sia passato di qua. Torno alla casa distrutta e tento un'altra sterrata. Guido nel bosco, ad un tratto appare un piazzale sterrato, ci sono degli oggetti depositati, guardo bene, ma si, sono dei cavalli di Frisia in cemento, quelle strutture a 4 punte in funzione di ostacoli anticarro, come si vedono nei documentari dello sbarco in Normandia; meglio non far foto, và …
poco oltre il deposito dei cavalli di Frisia c'è una caserma; non c'è nessuno, il cancello è aperto, l'erba cresce nel piazzale, sembra abbandonata. Mi fermo all'ombra del muro di cinta, per meditare il dafarsi; il caldo è insopportabile, oltre la caserma la sterrata prosegue, ma un cartello ammonisce:
La faccenda si fa “eksplozije” …!
Sconsolato, mi domando perché mi vado a cacciare sempre in siffatte situazioni; al 99% dei motociclisti, se dici Slovenia dici Postumia, lago di Bled, l'Isonzo, le terme, Kraniska Gora ...solo io vado a cacciarmi dentro un poligono militare con “qualcosa in corso”! E non è la prima volta, nel 97, con quel matto di Jurij, seguendo una sterrata lungo il corso dell'Arsia, in Istria croata, finimmo davanti al cancello di una base militare, un tunnel che si inoltrava nelle viscere della collina; conseguente nostra fuga a rotta di collo. Ma il top fu nel lontano 1990:
“Estate 1990.
“Wind of changes”, come cantavano gli Scorpion, soffiano sull'Europa; l'anno precedente il muro di Berlino è crollato, i regimi comunisti dell'est sono caduti, Ceausescu e consorte sono stati fucilati il giorno di Natale. C'è ancora il PCUS e l'URSS, Gorbacev alla guida, scossi da Glasnost e perestrojka ma pur sempre una delle 2 superpotenze mondiali, il più grande stato del mondo.
E c'è anche la Repubblica Federativa Socialista Jugoslavia, più semplicemente Jugoslavia, giusto ai confini italiani, da tempi lontani, più di 70 anni, nata come regno nel 1918, proseguita come stato comunista nel 1945.
Impossibile pensare che di li a 2 anni tutto ciò si sarebbe dissolto.
Per me, cresciuto fin dalle elementari col le carte geografiche dell'Italia appese al muro, la Jugoslavia era una presenza scontata e immutabile, una grande macchia quadrangolare alla destra dello Stivale.
A malapena, da appassionato di geografia, conoscevo i nomi delle regioni che componevano la Jugo: Slovenia, Croazia, Serbia, ecc. e magari ne dimenticavo qualcuna; per me, e per tanti, era solo e semplicemente Jugoslavia, ambita meta di vacanze “esotiche” relativamente vicine.
Estate 1990, i venti di cambiamento contagiano anche la mia family; dopo 15 anni a vagare sul litorale adriatico dalla Puglia al Veneto, quell'anno si cambia sponda, si va in Jugo!
Vabbè, l'anno prima ero stato in gita scolastica alle grotte di Postumia, l'unico ricordo forte che avevo portato da quel paese erano le vecchie FIAT 128 ancora circolanti e marchiate “ZASTAVA”, stemma che qualche buontempone della classe aveva pensato bene di staccare come ricordo!
Dicevo, si cambia, e si intraprende un interminabile viaggio sulla litoranea costiera fino a Vodice, un paesetto nei pressi di Sebenico, a circa metà litorale dalmato. La meta è fissata per la presenza di amici dei miei che, gommone dotati, ci condurranno con sé nelle gite marinare fra le decine di isole ed isolotti che costituiscono l'arcipelago delle Incoronate.
Il sottoscritto quindicenne, pilota da meno di un anno, avrebbe preferito dragare le strade del suo quartiere in sella al suo Oxford, un classico motorino tubone motorizzato Franco Morini, ma ovviamente dovevo seguire i miei; comunque non era per niente male, anzi, navigare fra quegli scogli pelati dal vento e bianchi come ossa spolpate cotte dal sole; fare il bagno in acque di un azzurro cristallino, fermarsi in trattorie a gustare pesce buonissimo a volontà.
Eppure, anche in pieno clima ferragostano, qualcosa della tragedia imminente si intuiva; vedevamo nuvole di fumo grigio alzarsi dalle montagne alle spalle di Vodice, e il padrone di casa, croato, ci diceva che erano i serbi dell'interno a dar fuoco ai monti per ripicca di non si capiva bene cosa.
Noi, incuranti a ciò, per raggiungere l'ultima meta delle vacanza, i famosi laghi di Plitvice, ubicati nell'interno della Croazia, sulla via del ritorno attraversammo proprio quelle montagne che, nella primavera successiva, si autoproclamarono “Repubblica Serba di Krajina” e si staccarono dalla Croazia, dando avvio alla guerra; passammo pure per Knin, la capitale della futura repubblica secessionista!
Indifferenti a tutto questo, un bel giorno, il pater familiae decide che è stufo di farsi portare da altri, e siccome siamo un popolo di poeti, santi e navigatori, affitta una piccola pilotina, dotata di un minuscolo motore fuoribordo che mi sa che il Franco Morini E.S.S.H.“Elaborazione Special SuperHank” andava molto di più.
Con tale potente mezzo vaghiamo per il fiordo e gli isolotti attorno a Sebenico; uno in particolare attira la nostra attenzione, uno scoglio interamente occupato da una fortezza, simile a quelle che si trovano sui nostri monti, a guardia del vecchio confine italo austriaco.
Andiamo a visitarlo, e ci facciamo pure il picnic, ignorando i minacciosi cartelli posti sulla terraferma, distante 2-300 metri, che segnalavano una zona militare; ivi si manifesta appieno la fantozziana indole dell'italiano medio: per non bagnarci troppo nello sbarco, il capitano accosta troppo vicino a riva, ma lo scopriremo solo dopo alcune ore.
Al momento di ripartire, infatti, il motore non ne vuole sapere; non ricordo bene se andasse in moto ma l'elica non girasse, o se proprio non si accendesse; fatto sta che eravamo ancorati al fortino senza possibilità di muoversi: il pater si incazza, la mater lo cazzia, il mio fratellino si spaventa e piange, io penso al mio Oxford.
Siamo nella cacca, poco ma sicuro: in quella epoca preistorica in cui i cellulari non esistevano, ed ovviamente la pilotina era sprovvista di radio, l'unica era sperare nel soccorso di qualche imbarcazione di passaggio. Ma alla sfiga non c'è mai fine, ed eccola che appare, sotto forma di un soldato, armato di tutto punto, che si materializza fra la boscaglia del litorale, ed inizia ad urlarci cose incomprensibili verbalmente, ma chiarissime nel concetto: VIA DA QUI!
Probabilmente trattasi di un pastore macedone in servizio di leva, che non ha mai visto il mare prima di allora, e, imbottito di propaganda marxista leninista, vede in noi, sotto abile camuffamento, l'avanguardia di un attacco demo-plutocratico alla repubblica socialista!
In famiglia sono l'unico che sa fare entrambe queste due cose, nuotare bene e parlare inglese, per cui mi offro volontario per la pericolosa missione e vado verso riva a parlamentare col nemico; nonostante il litorale sia basso e quasi sabbioso, il fondale è tutto di sassi taglienti (riflettendoci in seguito mi venne da pensare che erano stati gettati apposta per contrastare sbarchi nemici) e nonostante non senta male, emergo dalle acqua con una gamba sanguinante allo stinco.
E cosa fa il soldato, di fronte ad un quindicenne da 60 kg in slip? Gli punta il fucile addosso e gli fa capire di camminargli avanti, fucile puntato alla schiena. Sulla barca, fra gli spettatori, nonché miei parenti prossimi, scoppia il delirio puro, ed ora che sono padre anch'io posso capirlo appieno.
Intanto noi, prigioniero e soldato, raggiungiamo una garitta di guardia, dove, appoggiato ad un albero, la gamba sanguinante, il fucile puntato contro, aspetto che il John Rambo dei Balcani telefoni ai superiori, a mezzo telefono da campo a manovella, residuato dell'Armata Rossa.
Col senno di poi, sapendo quel che successe pochi mesi dopo, non c'era da meravigliarsi che ci fosse nervosismo a tutti i livelli nelle forze armate, e che il soldato applicasse alla lettere la procedura militare, a rischio di sembrare ridicolo.
Finalmente, dopo un tempo breve ma interminabile, arrivano il Generale (un graduato in divisa) e l'Ammiraglio (un signore anziano in abiti civili); questi sanno l'italiano, ma sopratutto hanno cervello, e prima ancora che io parli capiscono che non siamo spie della CIA, ma la famiglia Fantozzi in vacanza: che figura di cacca!
Prima mi fanno un bendaggio di fortuna alla gamba, poi con un gommoncino partono in spedizione di recupero della pilotina in avaria, e la trainano fino al molo, dove l'Ammiraglio in 10 minuti ripara il motore danneggiato dall'imperizia marinara di mio padre: accostando troppo a riva, aveva urtato il fondale con l'elica e danneggiato la trasmissione, se non ricordo male; non contenti, ci fanno pure il tè con i biscottini. Riparati e rifocillati, salpiamo verso Vodice, salutando con le braccia i nostri salvatori; io lo posso dire con cognizione di causa: come sono buoni i comunisti! E non mangiano nemmeno i bambini!
Arriviamo a Vodice sul far della sera, appena in tempo per evitare che l'affittuario della barca avvisasse la Guardia Costiera dandoci per dispersi in mare! La mia fasciatura non tiene, e mi portano al posto di soccorso locale, dove rimedio un po' di punti di sutura alla gamba, che ricordo bene perché dati a freddo, senza anestetico; vacanza rovinata per me, basta bagni, basta spiaggia; dulcis in fundo, la sutura effettuata malamente in seguito si apre ed in Italia mi ricuciono, ma è troppo tardi, la pelle si è riformata malamente e da allora porto su di me il ricordo di quella avventura.
Ma a distanza di anni si può ben dire la verità: quei gonzi dei militari jugoslavi credevano che fossi dei pirla in vacanza, invece eravamo proprio degli agenti segreti in missione: nella stanghette degli occhiali avevo una microcamera che riprendeva tutte le installazioni militari della costa, foto pagate profumatamente dalla CIA; sennò come avrei fatto l'anno successivo a trovare i 3 milioni del vecchio conio per comprarmi la mia prima vera moto, il 125 Cagiva?”
Mentre medito sul passato, dalla boscaglia dall'altro lato della strada esce una figura: è un militare, completamente in mimetica, casco compreso e pure il viso tinto di verde marrone, cinturone, zaino e sopratutto un bel fucile mitragliatore in braccio! Prima il carro armato, ora il militare in assetto di guerra: ma dove sono finito?
Quiz: come procede la storia?
a) SuperHank è riconosciuto come spia delle demoplutocrazie occidentali, anche in virtù dei fatti del 1990, viene fatto prigioniero e portato nelle prigioni del KGB (risorto per l'occasione!);
b) essendo il militare stufo orbo della naja slovena in mezzo a lupi e orsetti recchioni, tramortisce il povero SuperHank con il calcio del fucile, gli ruba la moto e a tutto gas scappa in Montenegro, per vivere di commercio di sigarette di contrabbando e di sfruttamento della prostituzione;
c)il militare non caga SuperHank nemmeno di striscio e se ne va dentro la caserma;
la giusta è la C.
Se il soldato non ha fatto una piega per la mia presenza, significa che posso passare, è il mio ragionamento; per cui riparto, ma non verso il Nevoso, ma dalla parte opposta verso Postumia; infatti, sulla vetta del primo monte che si trova in quella direzione scorgo una costruzione, potrebbe essere un centro radar, o comunicazioni, chessò, insomma un posto da stare alla larga.
Lassù c'è qualcosa; militari in agguato?
Appena partito noto sulla ghiaia, proprio in mezzo alla strada, uno stronzo di cavallo: “ma che stronzo, mai visto così grosso!” e mentre formulo il pensiero mi accorgo che lo stronzo non è uno stronzo, ma il bossolo di un proiettile di piccolo calibro … andiamo avanti, che è meglio.
Giungo poi nei pressi di una costruzione in rovina, mi fermo a curiosare; è chiaramente un manufatto militare, una piccola caserma, ha l'aria antica, almeno di inizio 900; non entro, anche perché il terreno è ricoperto di questi affari:
Proiettili …
… E vecchie caserme.
Non dovrei proseguire, lo so, ma è più forte di me, come si fa a resistere quando si vede delle montagne glabre disposte ad anfiteatro, ed una sterrata che ne solca tutto il pendio, fino a scavalcare il crinale e perdersi misteriosamente sull'altro versante?
E allora via, sempre più in alto, tra il verde delle praterie montane e l'azzurro del cielo, anche se i cartelli, pur non essendo di divieto, si fanno sempre più terroristici:
Fuochi d'artificio? Naaaa ...
Ma come resistere a quella sottile linea bianca che scala la montagna con pigre volute?
La base militare dall'alto.
Verso il passo.
Scollino, senza essere stato preso a fucilate, cannoneggiato dall'artiglieria od esploso su mine anticarro; dei cartelli, uguali ai precedenti ma piantati in senso contrario, mi fanno capire che sono fuori dal poligono.
SVEJITA TROJIKA
Anche la montagna muta aspetto: nel versante esposto al sole, dove ero prima, arida, priva di vegetazione d'alto fusto, solo cespugli, macchia, qualche raro pino ( o era tutto rasato dai cannoneggiamenti?); adesso, sul versante a nord, foreste fittissime, alberi d'alto fusto che impediscono di vedere l'orizzonte, sottobosco umido e fresco, pure qualche pozzanghera di un recente temporale.
Ora, vorrei risalire la catena di montagne verso lo Sneznik, ma sono parecchi km su piste sconosciute, è ora di pranzo, ho fame e non ho razioni K di emergenza; devo trovare un ristoro, tanto vale scendere verso il lago di Cerknica, infrattato sotto di me, nelle pieghe di queste montagne, dove troverò sicuramente di che nutrirmi.
Non che la cosa sia così immediata: ci sono parecchie sterrate, la mappa 1:100.000 è troppo generica per fornire consigli di navigazione utili, e le uniche indicazioni stradali mandano verso Postumia. Imposto il waypoint “lago” e provo a seguirlo; ovviamente non posso andare in fuoripista come in un deserto africano, le montagne non sono praticabili come un Erg africano, devo seguire le strade tracciate; capita così che a tratti la freccia del GPS sia allineata col waypoint, ed io esulto, poi un tornante mi rimanda in direzione opposta, per la disperazione del sottoscritto.
S.S.S. (SuperHank Slovenia Sgomming)
In questo peregrinare trovo spesso indicazioni per “Sveta Tojika”, in nessuna delle mie mappe è indicato un luogo con tale nome; potrei non andare a curiosare?
'ultimo strappo è abbastanza stretto, ripido ed accidentato, niente di impossibile, è accessibile anche da mezzi a 4 ruote motrici, ma basta e avanza per suscitare l'ammirazione di un attempato ciclista impegnato nella discesa: mi guarda come se non credesse a quello che vede, devo ammettere che vedersi l'Elefant valigie dotata avanzare incontro fa un certa impressione.
Verso la misteriosa Sveita Troijca.
Ultima curva e sono in cima alla montagna, un cocuzzolo piramidale con una radura dove sorge una chiesetta in ristrutturazione: Sveta Trojika. Il panorama a 360° è stupendo, come lo è ogni volta che ci si porta sulla vetta di una montagna: si domina la valle di Pivka, e dietro, a inseguirsi come gigantesche onde verdi, le catene di montagne e colline fino al Carso, all'Italia, e oltre, verso l'Istria.
Sotto di me piccolissima, la base militare da dove era partita la mia ascesa: ma allora la costruzione che intravedevo dal basso e pensavo fosse di fattura militare in realtà era la chiesetta!
La chiesetta di Sveita Troijca.
Elefant and clouds.
La base militare. Si vede benissimo la meravigliosa sterrata fatta per salire.
Un figo.
Scatto qualche foto, mi riposo, sto bene in questa solitudine. Ma la fame chiama, ed allora di nuovo on the road, a cercare Cerknica. Ritorno nel versante ombroso della montagna, gioco al gatto col topo con questo waypoint che ora si avvicina, ora si allontana, e finalmente trovo un segnale, una modesta freccia in legno che indica “Cerknica 5 km”: sono arrivato.
Ultimi km in discesa, ad un tratto la sterrata diventa piana e sono sulla riva del bacino lacustre.
Finalmente Cerknica!
IL LAGO FANTASMA
La grande sorpresa è trovare l'acqua nel lago! Che c'è di strano, direte voi, nel trovare l'acqua in un lago? Sarebbe strano non trovarla … ed infatti, quando venni qui per la prima volta, l'acqua non c'era!

1995, sul fondo del lago prosciugato.
Quella estate il lago era quasi interamente prosciugato, melmosi canali solcavano la superficie asciutta del bacino, dove rigogliosa cresceva l'erba, nascondendo ai visitatori se il fondo fosse di consistente terra o molle fango.
Lo si potrebbe definire “lago intermittente”, lago temporaneo, “lago periodico carsico”: è, appunto, un affascinante fenomeno carsico. Il lago è posto in una conca pianeggiante di terreno impermeabile (chiamata polje) compresa tra la catena montuosa del Javornik e quella del monte Slivnica. Le precipitazioni della stagione autunnale ed invernale gonfiano i ruscelli che scendono dalle montagne, e l'acqua via via occupa tutta la conca, arrivando a ricoprire 38 kmq, con una profondità massima di 10 metri! In queste condizioni è il lago più grande della Slovenia!
Il lago non ha emissari ma sul fondo sono presenti inghiottitoi carsici che però nei periodi di piena non sono in grado di smaltire le acqua superficiali; con la bella stagione diminuisce l'apporto idrico e gli inghiottitoi progressivamente svuotano quasi completamente il lago, tanto che i contadini del circondario sono usi coltivare a seminato e foraggio i campi “liberati” dalle acque.

Inghiottitoi (foto by Rick Fowler in Panoramio Google Earth).
Cerknica jezero.
Cerknica city.
Fiorellini sul lago.
Taglialegna sulla sterrata arginale: ocio alle curve!
quest'anno mi è andata bene, ho potuto ammirare il lago, se non al suo massimo, almeno abbastanza in forze da essere un vero lago, non una pozza di fango; adesso mi manca solo la versione invernale, magari ghiacciato …
Gli abitati più grossi, compreso Cerknica, che da il nome al bacino, sorgono sulla riva settentrionale, percorsa dalla strada asfaltata; nella sponda sud ci sono solo piccoli villaggi di contadini, e la strada litoranea è ancora quasi del tutto sterrata. In questa sponda ci sono pure un paio di isolette, collegate alla terraferma da ponticcioli; fermo su uno di questi a scattare foto, mi vedo passare sotto un flemmatico signore in canoa; più in là, una coppia di amici si prepara, armati di lenza e canna, ad una battuta di pesca (pare che il lago sia molto pescoso, e nei periodi di secca il pesce sprofonda nel sottosuolo con l'acqua, per ricomparire chissà dove!).
Nonostante un divieto, mi spingo nella brughiera al limite delle acque, girovagando fra i cespugli; non dev'essere un divieto troppo stringente, visto che incrocio una famigliola, utilitaria posteggiata proprio in riva al lago, fare un picnic godendo il fresco, addirittura uno dei tizi in acqua a farsi una bella nuotata: incredibile pensare che qui fra 2 mesi potrebbe esserci un campo di fieno!
Canoista.
Bagnanti.
Beach.
Il solito figo di prima.
Quello che apprezzo di questo paese, la Slovenia, e spero rimanga intatto, è la semplicità, the understatement nelle cose; tipo questo lago, che è una potenziale attrazione turistica: è tutto lasciato com'è, per carità, curatissimo, campi coltivati, niente erbacce, niente rifiuti in giro, e ciò è bene; ma nemmeno presenza di tutto ciò che comporta il turismo del XXI secolo, e ciò è BENISSIMO!
L'avete presente una qualsiasi riviera lacustre o marina italiana? Stabilimento balneare, bar, stabilimento balneare, ristorante, parco giochi, negozio, stabilimento balneare, piscina, hotel, stabilimento balneare, noleggio di pedalò, bar, minigolf, discoteca, stabilimento balneare, stabilimento balneare, bar, ristorante, parco giochi, negozi di cianfrusaglie da spiaggia, ristorante, parco giochi, ecc., ecc.. e avanti così finché c'è spiaggia, con le annesse folle di bestiame umano in avanzato stato di arrostimento! Terrificante!
A Cerknica non c'è nulla; metà del lago è orlato da una sterrata dove il massimo della offerta turistica sono qualche rara panchina e dei tabelloni esplicativi dell'ambiente naturale, non un bar, non un ristoro, niente di niente, tanto che io stesso sono costretto a recarmi nel centro di Cerknica per un pasto caldo. Nella sponda nord ci sono i paesi, ma sono lontani dal lago, non c'è il “lungolago” dove fare lo struscio alla sera, è già tanto se ci sono un paio di bar e ristoranti come in ogni paese di provincia.
Io spero che rimanga sempre così.
Sulle piste nel Cerknico“bush”.
L'isola di Otok.
Otok city.
Architettura locale a Otok.
continua ...