Come due Sioux, fratelli di sangue.

Giuseppe mi aveva contattato sul sito. Aveva bisogno di una IGM della sua zona per tracciare un percorso.
Gli stampo la parte di cartina che gli serviva con la relativa ipotesi di tracciato e gliela lascio dal suo motoconcessionario.
Mi chiama telefonicamente per ringraziarmi e io, cogliendo la palla al balzo, gli chiedo delucidazioni su alcune carreggiabili del suo Comune. “M’informo!” (della serie: l’ “Obbedisco” di Garibaldi).
Dopo una settimana mi richiama: “sai, ero su con un amico, abbiamo provato a seguire quel tracciato ma, la bufera del mese scorso ha rovinato la strada. L’amico che era con me non se l’è sentita e abbiamo lasciato perdere”. A quel punto, in ogni caso, decido di “recuperarlo a una giusta causa”: “Che dici, facciamo un giro domenica?”

E così, detto/fatto! Appuntamento alla Comunita Incontro di Don Gelmini a Zervò, nel cuore dell’Aspromonte. Con me c’è Saverio sul suo Alp 4.0 nuovo fiammante, Giò con un TM, Franco, la moglie, la figlia e il cane con un Santana d’appoggio.
Giuseppe arriva col suo KTM. Ci presentiamo, facciamo un breve spuntino e si parte verso un luogo che mi incuteva un referenziale timore. Quel luogo che, la settimana scorsa, Giuseppe e il suo amico hanno tentato di violare.
Ci avviciniamo al “luogo sacro” a passo d’uomo, con rispetto e circospezione. Va avanti Giuseppe, col suo Kappone al passo, sembra un cavallo che si prepara alla battaglia. Io guardo intorno, come un Sioux che cerca di non farsi fregare dai visi pallidi nascosti fra le frasche. Proprio come un Sioux, Giuseppe alza la mano sinistra in segno di fermata. Spegniamo i motori.
Siamo in silenzio di fronte al resto di un sentiero massacrato dalla pioggia di una tempesta. Ci guardiamo. Giuseppe, senza parlare mi indica con la mano di andare. Non mi faccio neanche distrarre dal suo gesto. Sono concentratissimo sulla traiettoria ideale che dovrò seguire. Respiro seguendo i consigli di Schultz, mi rilasso e metto in moto.
Tiro la frizione, ingrano la prima e lentamente mi porto sotto tiro. Voglio partire senza troppo slancio che mi porterebbe a perdere il controllo più su. Mi metto in piedi e via, al passo! Sempre in prima seguendo la mia traiettoria immaginata prima. In aderenza, ammortizzando e sgambettando per prudenza.
Un attimo e una sensazione: essere tutt’uno con la mia moto. Sentirla come un prolungamento del mio corpo e sentirmi come uno strano centauro, per metà motocicletta, per metà uomo (e qui potete evitarvi le battute!).
Mi fermo 100 m più su, quando sento arrivare Giuseppe. Temo che con la sua Kappona mi possa travolgere. Sono stanco alle braccia e ho paura di non riuscire a mantenere la lucidità necessaria. Finora tutto OK, però ho l’affanno. Quasi quasi mi riposo e poi riprenderò con il ritmo delle espirazioni lunghe, lente e profonde. Gli faccio segno di continuare, di non fermarsi.
Io mi sono messo un po’ nei guai perché ripartire con quella pendenza e con la poca aderenza che c’è non è facile. Sto seduto per sicurezza e faccio presa sul posteriore. Bene o male vado, ma è difficile capire cosa fare quando arretrando la moto si impenna, avanzando scava buche e rimani fermo.
Lui mi sta aspettando su. Mi fermo, ci guardiamo negli occhi, sorridiamo e ci diamo la mano. Senza troppe chiacchiere è nata una vera amicizia. Forse per gli uomini rudi è più facile avere amici. L’amico è quello con cui vai al bar o a donne. Per me, che non ho queste abitudini, è la prima volta che mi ritrovo a sentirmi veramente in comunione di profonda amicizia con Giuseppe, che ho conosciuto da neanche mezz’ora e con cui ho scambiato non più di 500 parole. Sentiamo che da quel momento qualcosa di profondo ci ha legati, come due Sioux, fratelli di sangue.
Gli altri sono lontani, in basso. Non li vediamo più. Decidiamo di non continuare lungo il sentiero che prosegue dopo quel pezzo micidiale. Siamo partiti insieme e insieme si continua il viaggio. Ritorniamo al gruppo non senza fatica (non so voi, ma io preferisco la salita!). Gli altri ci guardavano ammirati! O forse ero io ad immaginarmi questa scena, come un guerriero che, dal campo di battaglia, dopo aver combattuto con coraggio, torna vittorioso fra i suoi.

C’è della fantasia e dell’immaginazione in tutto questo. Ma c’è anche, per fortuna, tanta realtà. Il tempo mescola le cose e non chiedetemi qual è il limite fra il vero e la memoria. Questi momenti rappresentano la mitologia del motoalpinismo in Aspromonte, secondo i miei ricordi. Forse l’arteriosclerosi galoppante sta facendo anche la sua parte (ma questa è tutta un’altra storia che rientrerebbe nel forum Over 40).

Post scriptum:
Mentre rivedevo le foto di questo report, mi ha colpito il nostro abbigliamento. Dal supertecnologico Giuseppe al semicampagnolo Saverio (chiedo scusa per l’attribuzione poco adatta per un professore universitario). Età variabile dai 2 anni (del cucciolo) ai 9 di M., fino a oltre 50 (ma non diciamo di chi!). Questo dovrebbe farci riflettere sul potere aggregante del motoalpinismo. Eravamo insieme proprietari terrieri, editori, medici, studenti, avvocati e psicologi. Abbiamo diviso fra noi il cibo ridistribuendolo in base ai bisogni e alle necessità. Nei propri ricordi, Giuseppe non aveva mai vissuto un’esperienza del genere (quasi 8 ore in moto, con alcune brevi pause, pausa colazione, pausa foto, pausa pasto, pausa acqua, pausa pipì, pausa pupù…). Da ottimo endurista racing non era mai andato così lentamente (ma il Kappone ha resistito benissimo al surriscaldamento!). Non aveva mai visitato luoghi simili né incontrato gente simile. Vorrei ben vedere! Noi motoalpinisti siamo rari. E poi, ci mettiamo la Qualità in ciò che facciamo.
I Protagonisti di questo racconto:
I mezzi:
Un Kappone,
Due beta
Un TM
Un Samurai
Gli uni:
Un endurista racing,
Una psicologa,
Un avvocato,
Un professore universitario,
Un editore,
Un cane e…
Un motoalpinista
E gli altri:
Due studenti.
