
Ebbene si, devo proprio parlarne con voi di quest’esperienza paradossale: una moto progettata e costruita per le competizioni, il TM 125, alle prese con un giro motoalpinistico. Potremmo definirla una prova su strada (o meglio dire su sterrato!). Certo, l’abbiamo messa a dura prova! Vediamo un po’.

Di Al, il sedicenne pilota di questo piccolo mostro, ne ho parlato sottolineando l’approssimazione nell’abbigliamento per quanto riguardava la sicurezza: mancanza totale di protezioni! La prima esperienza gli è servita: tornando a casa sanguinante come un Cristo, flagellato da alcuni passaggi stretti fra le spine, Al ha capito (è il caso di dire veramente “sulla propria pelle”) che usare maglie a maniche lunghe e protezioni ai gomiti e alla schiena era indispensabile. E così, stavolta, si è presentato all’appuntamento attrezzato di tutto punto, seguito dal papà, un veterano delle moto, su un quad motorizzato Kawasaki 180. Ad essere sincero, quando ci siamo dati l’appuntamento, la sera prima, ci eravamo orientati su un percorso hard. La presenza dell’ATV, in un certo senso ha spiazzato l’itinerario previsto (ma non troppo, direbbe il pilota del 4 ruote).

Viste le cattive condizioni meteo, il nostro percorso è diretto a mezza costa lungo il versante del Mar Jonio, verso le Saline. Procederemo, in parte, lungo il Sentiero dell’Inglese, un giro reso famoso dal romanzo ottocentesco di Edward Lear dal titolo originale: “Journals of a landscape painter in Southern Calabria”, edito, nella versione originale del 1852 dall’editore londinese Richard Bentley e tradotto in Italia nel 1992 col titolo “Diario di un viaggio a piedi. Reggio Calabria e la sua provincia” (Editori Riuniti, Roma). Come è chiaro nel titolo italiano, si tratta di un viaggio a piedi svolto dallo scrittore tra il 25 luglio e il 5 settembre del lontano 1847, partendo da Reggio e procedendo lungo il percorso che noi oggi abbiamo seguito.

E allora, abbiamo accennato al TM, abbiamo parlato di Al e abbiamo introdotto il romantico viaggio a piedi del “nostro” strano scrittore inglese. Vediamo adesso come queste tre cose si combinano fra loro.
Come al solito, per una moto del genere, c’è il problema dell’autonomia. Ci siamo accorti, da un paio di escursioni precedenti, che a ritmo motoalpinistico, riusciamo a percorrere non più di 13 Km/litro di miscela al 2% preparata artigianalmente. Un bel problema! Abbiamo, perciò, preventivato una sosta di rifornimento all’area di servizio sulla S.S. 106 all’altezza delle Officine Grandi Riparazioni di Trenitalia. Con noi, avevamo l’olio per miscelare.

Partiamo trotterellando dal luogo dell’appuntamento (il Brico Center del Viale Calabria) fino alla Fiumara del Valanidi II evitando volutamente (e ovviamente visto che avevamo il 125) l’autostrada. Questione di qualche minuto ed eccoci a 200m. dalla foce della fiumara, completamente a secco, vista la mancanza di piogge da almeno un paio di mesi. La cosa non promette bene: già immaginavamo nuvole di polvere e tosse a non finire! Sempre trotterellando risaliamo lungo il letto asciutto fino a raggiungere una stradina stretta e asfaltata diretta a Cùrduma. Il borgo, in linea d’aria, dista da Reggio non più di 5 Km. Non si presenta particolarmente interessante e andiamo oltre, sapendo che quello che ci troveremo di fronte fra poco sarà una serie di passaggi tecnicamente “molto interessanti” perché stretti, ripidi e sconnessi (pietraia in stile trialistico!). Da una decina di metri sul livello del mare si arriva al massimo a quota 481 di Monte Cosentino con temperature sempre miti, anche nella stagione più rigida.

Si tratta di una zona meteorologicamente calda: percorrerla in estate non è assolutamente consigliabile, meglio nelle altre tre stagioni, specie in inverno, quando su fa troppo freddo! Pur essendo tutto nuvolo intorno, abbiamo beccato un sole caldo e abbiamo sofferto un po’. Il panorama è fra i più belli di quelli godibili a mezza costa: affaccio sulla costa jonica da Reggio a Capo d'Armi con lo sfondo dell'Etna. Il mezzo più idoneo a questo tipo di percorso è l'enduro professionale o la moto da trial o da motoalpinismo. Alcuni passaggi troppo stretti rendono complicato, ma non impossibile, l'accesso dei quad.

Da Cùrduma proseguiamo, quindi fino a Macellari per imboccare la “zona hard” dove abbiamo incontrato un cacciatore con tanto di fucile a tracolla che è rimasto sbigottito nel vederci passare dove a piedi lui faceva fatica (per non parlare del tentativo fallimentare che aveva fatto col trattore). Ci fermiamo a fare una chiacchierata e a riprenderci dalla faticata veramente tosta. Dall’occhiata che mi lancia il papà di Al capisco che vuole uccidermi ma prima mi vorrebbe chiedere: se l’inizio è così, dove mi porterete? Già sembra pentito di averci seguito. Che volete! Era preoccupato per le sorti del figlio, in mano ad uno scavezzacollo di mezz’età.


A rigor di cronaca, c’è da dire che nel lontano 2003, portando con noi anche il piccolo M. di 8 anni col suo micro quad 50, abbiamo realizzato una prima impresa insieme. Certo, il tracciato non era così arduo (si legge Hard). Allora Al mi seguiva con una mini moto da cross, un piccolo Beta 50cc che faticava ad arrancare in salita mentre il papà era a cavallo di una elefantiaca Transalp lungo sentierini pieni di tornanti. Dopo quell’esperienza non immaginavo che mi avrebbero più seguito. Anche oggi sono certo che il caro Ciccio (che è sia il nome del papà di Al che dell’accompagnatore indigeno di Edward Lear), alla luce dei suoi 52 anni suonati, e della sua esperienza motociclistica di quasi 40 anni continui, non darà un seguito al suo futuro fuoristradistico. Mi sono accorto di aver sbagliato con lui: l’ho fatto venire su sentieri troppo impervi per un primo approccio, e questo si paga! D’altra parte, devo dire che se l’è cavata non egregiamente ma in maniera eccellente!

Vediamo un po’ di descrivere il terreno attraversato: pietre, terra compatta, rocce in contropendenza, il tutto con continue variazioni altimetriche. Salivamo e scendevamo a intervalli di 15-20 minuti, il tempo di abituarti all’andatura e già dovevi adattarti a impostare tutt’altro ritmo di marcia perché cominciava la discesa ripida su terreno sabbioso. E’ stato proprio alla fine di una salita che abbiamo visto l’inizio di una discesa difficile, piena di sabbia. Senza pensarci troppo abbiamo fatto retrofront. Come diceva una campagna pubblicitaria Honda di una trentina di anni fa: “il brivido ma non il rischio!”.

Abbiamo costeggiato i laghetti di Scillupia, nell’area del Comune di Motta San Giovanni, ad un’altitudine di circa 700m slm. E, chiedendo a Ciccio se conoscesse la zona, visto che non era mai venuto, ho pensato di fare una deviazione per la Fortezza di Sant’Aniceto, naturalmente passando per la via più difficile, un tratturo che dal lago saliva ripido fra campi coltivati e ci portava a raggiungere, in un paio di centinaia di metri di tracciato in terra smossa e sterpaglia, una pineta ad un’altitudine superiore ai 1000m slm. L’ultimo tratto, che io conoscevo, ho caricato sul posteriore e sono salito in aderenza. Al, preso alla sprovvista ha cominciato a perforare il terreno come una trivella e Ciccio, con sole 2 ruote motrici ha dovuto riprendere la rincorsa un paio di volte. Il motoalpinismo è anche questo: prefissarti una meta e raggiungerla e noi ci siamo riusciti.

Dopo un meritato riposino con foto di rito, ripartiamo alla volta della fortezza di Sant’Aniceto. La sua origine viene fatta risalire al 1050 d. C., nel periodo bizantino. L’edificio aveva scopo difensivo contro le incursioni turche dal mare. In seguito divenne parte delle strutture militari dei Normanni e degli Angioini. Quando questi ultimi affrontarono le milizie aragonesi, appoggiate dal supporto logistico di un esercito a cui prendevano parte anche milizie reggine, ebbero la peggio e la fortezza venne distrutta nel 1459. Ciò che rimane oggi del castello sono le imponenti mura di cinta lungo il perimetro della collina su cui è edificata la fortezza. Sono visibili, inoltre, le due torri quadrate col ballatoio all’ingresso e ruderi sparsi all’interno delle mura. Intorno al castello ci sono ancora i resti di chiesette costruite fra il X e il XIII secolo. Attualmente è in fase di ristrutturazione da un paio d’anni per cui è vietato l’accesso. L’abbiamo fotografata da lontano e siamo ripartiti verso valle, in direzione delle Falde della Madonna.


Intanto son passate un paio d’ore e, in moto, la fame comincia a sentirsi. Dirottiamo su Motta San Giovanni in cerca di un fornaio che, inevitabilmente troviamo chiuso (è mezzogiorno di una domenica qualsiasi!). La mia esperienza mi ha suggerito di portar dietro pane di grano e capicollo: ce n’è per tutti e tre! Da Motta ci dirigiamo verso il campo di calcio e, prima di arrivarci, prendiamo una carreggiabile in cemento verso Est che attraversa il Torrente S. Basilio, ovviamente quasi a secco. Lo seguiamo per un bel po’ per poi guadarlo e proseguire verso Sud in direzione di Monte La Croce. Dopo qualche Km guadiamo il torrente Oliveto e, a distanza di poco meno di 2 Km di pianura, ad un bivio, imbocchiamo una discesa a sinistra che porta a S. Andrea con un dislivello di 150m in poco più di 1 Km di sterrato.

S. Andrea è un borgo di poche case a Nord-Est di Lazzaro. Per esperienza so che, se necessario, proseguendo per la località marina c’è un’ottima via di sicurezza in caso di emergenza motoristica e/o sanitaria (c’è un distributore di carburante ben attrezzato di officina e bar e il paese è sede di guardia medica). Il nostro percorso della via dell’inglese continua, invece, piegando a sinistra 200m prima del piccolo borgo. Scendiamo al torrente per guadarlo e risalire per alcuni Km in direzione Nord-Est (dislivello di 400m circa) attraversando le Falde della Madonna fino a incrociare l’asfalto (dopo poco più di 5 Km dall’ultimo guado) a una quota di 616m di altitudine.

E’ l’una, siamo sulle moto da tre ore su sentieri duri e ripidi. La fame si fa sentire e… voilà! Come per magia, tiro fuori il capicollo e taglio il pane, un po’ con fare “da Cristo”. Si chiacchiera un po’, poi ci si concentra sul cibo fissando il mare lontano. Siamo stanchi e abbiamo ancora tanta strada per tornare.


Il caro Ciccio, quello che portava l’asino caricato dei bagagli di Edward Lear, era la sua guida, non solo lungo le mulattiere di mezzacosta, era anche la sua guida culturale, un uomo di poche parole che, nonostante non conoscesse la lingua inglese si faceva capire coi suoi silenzi, proprio così, coi suoi silenzi.


Contrariamente alle aspettative negative, il TM è andato più che bene. Nessun surriscaldamento (tanto temuto, visto l’andatura turistica e le salite ripide). Nell’impostare i salitoni era necessario partire decisi, con una prima sotto tiro e alzare il regime di rotazione del motore. Qualche lieve problema di ingolfamento lo abbiamo avuto quando entrava sottocoppia e gli si chiedeva più di quello che poteva dare.

Per avere 16 anni, il comportamento di Al è ineccepibile: ti segue tranquillo (senza scalpitare come un cavallo imbizzarrito!) ovunque (il fisico glielo permette e la tecnica la sta acquisendo con l’esperienza) con fiducia (non mette in discussione le decisioni prese). Lo si vede concentrato quando sei davanti a lui e sembra che voglia rubarti il segreto della posizione di guida o ti guarda cercando di leggere la cartina dei sentieri che, negli anni, hai disegnato nella tua mente (ormai stropicciata dall’arteriosclerosi in arrivo). Che meraviglia la sua velocità… d’apprendimento!

Con 4 litri in più nel serbatoio del TM possiamo ripartire sicuri di riuscire a tornare a casa. Siamo diretti a Pollia per poi arrampicarci verso San Basilio e tagliare, definitivamente, verso Reggio seguendo la mulattiera che attraversa la Contrada Catizzone. Sterpaglia sul terreno poco frequentato. Curve a gomito con forte pendenza: se ci fossero le “solite mucche” (i grossi bicilindrici che ci hanno accompagnato nella “motomuccata”) avremmo sicuramente avuto grosse difficoltà.


E allora, come commentare quest’esperienza paradossale della moto progettata e costruita per le competizioni alle prese col motoalpinismo. Potremmo certamente dire promossa. Vediamo meglio. L’autonomia è scarsa, i consumi elevati, la rumorosità accettabile al minimo, l’altezza da terra stratosferica, il motore ha la coppia alta ma è generosissimo e sembra essere più robusto di quello che si dice in giro. Per quanto riguarda il pilota, c’è da dire che è eccellente nella guida, prudente ma tecnica, sicura e veloce quando serve. Doti generali di grande equilibrio ed autocontrollo (incredibile per un sedicenne: 10 e lode!). E il papà, il nostro Ciccio, nonostante le lamentele, fatte più per scherzarci sopra, pare che si sia divertito davvero (chissà se dovrò aspettare altri 4 anni prima di riavere l’onore di averlo con noi ancora una volta).
