rapporto all'essere umano nella sua totalita' in contrapposizione all'atteggiamento riduzionistico della medicina
ufficiale, che tende a vedere la malattia come una disfunzione di un singolo sistema del corpo, trascurando le
interazioni con gli altri sistemi. Pur diffidando di qualsiasi cosa pretenda di fornire spiegazioni senza sottoporsi a
test scientifici rigorosi, come spesso accade nel campo delle medicine alternative, credo che questo tipo di approccio
abbia il suo perche' (e che sia trascurato dalla medicina ufficiale piu' a causa dell'ignoranza dei superspecialisti in
altri settori della scienza medica che per limiti filosofici della stessa). Ma sto divagando.
Recentemente, in un giro stradale, mi e' capitato di riflettere sulla differenza tra approccio olistico e riduzionistico
quando si va in moto. In una strada curvosa e dotata di buon asfalto sei invogliato ad aumentare il passo. Ti concentri
sulla tecnica di guida, analizzi ogni singola curva per capire come prenderla, o al piu' come raccordarla alla
successiva. Quello che c'e' intorno alla strada perde di importanza, se non per capire se ci sono vie di fuga, una
parete di roccia o un burrone... il panorama non e' qualcosa da contemplare, ma da ignorare. Un approccio
riduzionistico, in breve.
Quando la strada diventa brutta, asfalto malmesso o scivoloso, presenza di bestiame rivelata dai caratteristici
"ricordini" lasciati sulla strada, curve cieche dietro le quali potrebbero nascondersi i proprietari dei "ricordini", la
voglia di correre cala, e tiene un passo piu' blando che ti consente di far fronte agli ostacoli visibili e quelli
imprevisti. In queste condizioni mi capita di non pensare piu' alle traiettorie, alle curve, ai rettilinei, alla marcia
giusta da tenere o ad altre considerazioni legate alla tecnica di guida. Si guida e basta, l'attenzione si estende a
tutto quello che hai davanti e in breve comprende anche quello che circonda la strada. Si comincia a gustare i panorami,
gli alberi a bordo strada, i cespugli, i fiori, l'uccello che vola sopra di te; pian piano la barriera tra te e il mondo
si abbassa e cominci a sentirti parte dell'ambiente, e tutto quello che ti circonda e' parte di te. Cambia la sensazione
del movimento nel tempo e nello spazio, diventa piu' simile a una sospensione in un ambiente che non e' realmente
distinto da te. Decisamente olistico (e, sembrerebbe, decisamente frutto dell'abuso di particolari sostanze

Nel caso del fuoristrada l'approccio riduzionistico e' quello dell'endurista che deve fare il tempo, o forse del
trialista che deve superare la zona. Occorre concentrarsi sulla tecnica di guida e sui singoli elementi da
affrontare. Quando queste cose perdono importanza e ci si puo' concentrare sul godersi il percorso senza preoccupazioni
si puo' passare all'approccio olistico. Ora, si sara' capito che io mi diverto di piu' nel secondo caso. Non voglio
pero' minimizzare l'importanza della guida tecnica; se non si possiede una buona tecnica di guida e non si automatizzano
certe reazioni difficilmente ci si potra' godere il giro "olistico"; piu' facile che si passi il tempo preoccupandosi di
poter cadere e farsi male al primo ostacolo. Occorre comunque imparare la tecnica e possederla per lasciare che
l'attenzione si espanda ad altro che non sia qualche metro di strada davanti a te, e per crescere bisognera' oscillare
in continuazione tra un approccio e la sua antitesi fino ad arrivare a una sintesi in cui si possiede la tecnica di
guida e lasciarla lavorare sotto il livello della coscienza. E da li' il processo ricomincia, perche' ci sono sempre
percorsi piu' complicati ma anche piu' spettacolari da affrontare. Se fossi un filosofo potrei parlare di processo
dialettico, ma sono un semplice ingegnere e queste cose le lascio volentieri ad altri. Mi limitero' a citare un altro
filosofo, Ernesto, e le sue teorie sul motociclismo classico e romantico, e come il motociclismo riduzionistico sembri
affine al motociclismo classico, e quello olistico al romantico...